Svizzera avvia ufficio umanitario a Port-au-Prince, Haiti; rafforza protezione civile locale e interventi post-catastrofe

«È bello vedere realizzarsi ciò che abbiamo inizialmente elaborato sulla carta»

Comunicazioni Pubblicato il 15 settembre 2026

«È bello vedere realizzarsi ciò che abbiamo inizialmente elaborato sulla carta»

Haiti è il Paese più povero dell’America Latina e uno dei più fragili al mondo. Dall’estate del 2024 la Svizzera ha una rappresentanza a Port-au-Prince, dove ha aperto un ufficio umanitario. La responsabile Nina Astfalck ci racconta la sua quotidianità.

Com’è la tua giornata lavorativa tipo?

Mi alzo prima delle 6, medito e bevo una tisana sulla terrazza. Questo momento della mattina è molto importante per me. Controllo il cellulare solo dopo colazione, prima che un autista venga a prendermi con un’auto blindata. Nel mio ufficio a Port-au-Prince – nel quale lavorano 4 espatriati e 18 dipendenti locali – mi premuro ogni giorno di andare a salutare personalmente tutti i collaboratori e le collaboratrici. Fa parte del nostro portafoglio anche l’ufficio per l’azione diretta a Port Salut. La mia giornata lavorativa inizia con le e-mail ed è scandita da numerose riunioni interne ed esterne. Mi riservo il mercoledì pomeriggio per lavorare in maniera concentrata e senza interruzioni.

Dopo il lavoro mi dedico allo sport. Sotto la guida di un allenatore haitiano, faccio allenamento muscolare e cardio più volte alla settimana. Non posso farne a meno. Una volta alla settimana pratico yoga: mi rilasso come se fossi in vacanza.

Quali sono state le tue prime impressioni al tuo arrivo ad Haiti?

Mi ha colpita subito l’atmosfera creativa e artistica di Haiti. All’inizio del mio soggiorno ho assistito a uno spettacolo nel quale un gruppo di giovani inscenava le sfide del Paese attraverso danze e canti. La rappresentazione mi ha profondamente commossa.

In che modo la fragilità di Haiti si riflette nel tuo lavoro?

I bisogni ad Haiti sono ingenti e le disparità tra ricchi e poveri sono enormi. Lo Stato ha scarse capacità di reagire per far fronte alla situazione e per garantire alla popolazione i diritti di base. Le condizioni della sicurezza possono cambiare rapidamente.

Qual è la sfida più grande?

La collaborazione con le autorità non è sempre facile; gli attori statali hanno un ruolo importante nei nostri progetti, ma spesso mancano loro le capacità e i mezzi per poterlo svolgere in maniera adeguata. Le competenze della popolazione locale, con la quale collaboriamo strettamente, devono essere opportunamente rafforzate. La violenza è diffusa in varie forme e la coesione sociale è fragile. Dobbiamo essere molto flessibili.

È possibile effettuare visite sul campo? Ce n’è una che ti è rimasta particolarmente impressa?

La situazione della sicurezza è molto tesa soprattutto a Port-au-Prince e in altri due dipartimenti. Lì la libertà di movimento è limitata. Nel Dipartimento del Sud sono possibili regolari visite sul campo. Nel dicembre del 2025 abbiamo visitato insieme al Programma alimentare mondiale (PAM) un’associazione rurale per il risparmio e il credito femminile («Association Villageoise d’épargne et de crédit»), sita in una zona remota sulla costa meridionale. Questo gruppo di donne ha la consuetudine di riunirsi in cortile, sotto un albero di mango, e cantare prima di iniziare a concedere ed erogare i prestiti. Ho potuto costatare che tengono la contabilità con la massima precisione. La loro dignità e la loro resilienza in circostanze così difficili mi hanno profondamente commossa.

Quanto visibili sono ancora i danni delle catastrofi naturali che hanno colpito Haiti?

Gli strascichi sono ancora evidenti. Lavoriamo prevalentemente nel Sud di Haiti, colpito dall’uragano Matthew nel 2016, da un terremoto nel 2021 e dall’uragano Melissa nel novembre del 2025. Il mio lavoro è quindi direttamente collegato a questi eventi. L’azione diretta mira a ridurre i rischi legati alle catastrofi naturali e a promuovere misure che contribuiscano a un utilizzo sostenibile delle risorse naturali a livello locale. Vengono per esempio costruiti rifugi multifunzionali, nei quali la popolazione può trovare riparo, e vengono potenziate le capacità dei comitati locali di protezione civile.

Quale aspetto del tuo lavoro ti dà maggiore soddisfazione?

Per prima cosa, la collaborazione nel mio team: durante le riunioni si ride molto. In secondo luogo, le visite ai progetti: è bello vedere realizzarsi ciò che abbiamo inizialmente elaborato sulla carta e poter parlare con le persone dei benefici apportati dal progetto. E infine, il coordinamento e la buona collaborazione con le e i rappresentanti di altri uffici a Port-au-Prince. Rappresentare l’ufficio umanitario mi dà molta soddisfazione.

Desideri continuare a operare in contesti fragili e altamente fragili. Perché?

La mia motivazione a voler lavorare in contesti fragili si fonda sulla solidarietà e sui valori umanitari. Attraverso il mio lavoro desidero trovare soluzioni che consentano alle persone sul posto di migliorare la loro situazione. Dal punto di vista tecnico, mi interessa la complessità del lavoro nei contesti fragili. Bisogna tenere costantemente conto di diversi livelli e ciò richiede competenze sia metodologiche sia tecniche e sociali.

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